Un amico/lettore criticava lo spazio temporale tra un post e l’altro in questo blog, cosa di cui non sento il problema ma che stavolta si è decisamente accentuato. Probabilmente cambierà qualcosa in questo blog e molto probabilmente tornerà ai suoi presupposti iniziali sintetizzati nella frase di presentazione.

Avevo preso una deriva “social”: è un tema che mi appassiona molto e l’ho affrontato partendo proprio dagli ambiti strettamente legati a ciò che questa evoluzione porta alle persone.

Ma la sensazione è che in questa direzione l’argomento può solo portare ad un loop in quanto tutto non può che essere riferito alle modalità dei comportamenti umani che esistono da decisamente prima dell’avvento della rete e dei suoi progressi.

Stiamo avanzando verso una nuova direzione, in una terra nuova (la vita “aumentata”); possiamo usare strumenti ogni giorno più innovativi (nuove piattaforme, nuovi ambienti social, nuove tecnologie, nuovi device e ci sono tante figure competenti in Italia e all’estero che ne parlano quotidianamente); gli scopi, gli intenti sono innati in noi: comunicare, condividere, collaborare.

La distorsione attuale è che tutto questo viene convogliato in strategie principalmente legate al business anche quando i temi sembrano affrontati nei modi più alti (ma c’è sempre dietro lo sponsor bisognoso di una nuova “facciata”).

Quanti siamo su un social network, quanto parliamo di un marchio, quanto siamo raggiungibili.

In realtà la materia appartiene ad un contesto molto più ampio e complesso che l’euforia del nuovo e la frequente mancanza di visione hanno recintato in uno spazio apparentemente gestibile.

L’euforia del nuovo è evidente nella marea di media sociali che nascono continuamente; sempre più raffinati e per fortuna sempre più “naturali” ossia sempre più legati ai reali comportamenti delle persone.
Credo che sia chiaro che, a parte chi ci lavora e la nicchia degli appassionati, nessuno sia intenzionato a dover passare il tempo a gestire le proprie relazioni piuttosto che a viverle; non abbiamo bisogno di una serie di piattaforme dove comunicare, condividere, collaborare ma una serie di strumenti aperti che ci permettano di farlo al di fuori dei singoli social “recinti”, una nuvola di possibilità che ci segue e non viceversa.

Penso sia normale che Facebook abbia, e continuerà ad avere, la diffusione ed il successo che sta ottenendo ma credo che sia anche il nostro personale “The Truman Show” e durerà fino a che non ci stancheremo del cielo finto
Facebook è anni luce dal nostro modo naturale di relazionarci e la prova più tangibile sono i fallimenti (a parte l’eco mediatica di giornali e TV) di tutte le azioni con impronta sociale (i gruppi, le iniziative), in modo specifico per come poi questi strumenti vengono vissuti anche quando gli obiettivi sarebbero di tutto rispetto: la percezione della loro inefficacia è a volte disarmante.

Il mondo del business è entrato a piedi pari in questa evoluzione vedendola come la svolta dalla stagnante comunicazione monodirezionale. Impresa difficilissima per chi è abituato a parlare, ed eventualmente a usare un informazione di ritorno, ma sicuramente un passo avanti in una direzione che è comunque l’unica.
Poi tra il dire e il fare si sa come va a finire e, passata la prima ondata di curiosità, ci si stancherà ben presto delle iniziative cool di un’azienda che però contemporanemente fa saltare posti di lavoro  o dell’altra che sbandiera conversazioni sull’innovazione mentre frena l’evoluzione tecnologica di un intera nazione (la casistica è ricca di esempi).

Difficilmente un’azienda diventerà social se il suo prodotto e il suo DNA non lo è… e più passa il tempo, più le persone saranno consapevoli della loro vita “aumentata”, più questo diventerà evidente e non basteranno più le abili azioni evolute di pubbliche relazioni.

Ho costantemente in testa l’idea di vivere la preistoria di quella che sarà la vita “aumentata”; il momento è entusiasmante ma allo stesso tempo bisognoso di uno scatto in avanti e non credo dipenda principalmente da un fattore tecnologico che rimane comunque abilitante.
La sensazione è che si stia girando attorno ad un tema basilare e si costruiscano una serie di nuovi accessori che non arrivano mai a vedere l’insieme di un cambiamento.

Un cambiamento che si basa principalmente sulle nostre attitudini sposate ad uno strato tecnologico che deve assomigliare a noi e non il contrario.

“Tra 50 anni qualcuno potrà dirsi esperto dei social media” Gianluca Diegoli BTO2010

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La Social Media Week appena trascorsa è stata una esperienza interessante soprattutto perchè, se doveva fare il punto della situazione, dal mio punto di vista ha discretamente fotografato il momento.

La mia partecipazione è iniziata il lunedì con un appuntamento in cui ero coinvolto con il progetto webelieveinstyle; ho poi proseguito dal mercoledì seguendo un paio di appuntamenti al giorno.
Quelle che seguono sono una serie di sensazioni derivate dalla partecipazione e dall’ascolto durante gli incontri.

C’è un approccio al tema piuttosto inusuale: tutto ruota attorno alle applicazioni piuttosto che sui tipi di vantaggi che queste portano a chi le usa. Stiamo parlando di persone che entrano in contatto tra loro atttraverso la rete, espandendo le proprie normali possibilità di interazione attraverso degli strumenti; in realtà sembra si parli sempre di questi ultimi tenendoli in primo piano. Gli applicativi social come dei nuovi sistemi operativi (con le usuali attese per l’ultima versione e le valutazioni su quello che prenderà più campo) solo che essendo noi la piattaforma, ed essendo il rapporto sociale un’esperienza legata a modalità strettamente personali, avremo sempre più bisogno di modalità plasmabili ad esigenze legate ai nostri ambiti (modali, di attitudine, di luogo).

Le idee non è che siano proprio chiarissime: in uno stesso panel un relatore dava una ricetta ad una start up, in merito a quali azioni compiere, mentre il relatore a fianco postava in contemporanea su Twitter il suo totale disacccordo (ma ha anche promesso un “vecchio post” sul suo blog per chiarire la sua posizione e sono in attesa di leggerlo 🙂 )

I relatori del 2.0 sono 1.0: l’incubo “marchetta” è stato costante. Pochi, nonostante l’ambito fosse assolutamente innovativo, sono riusciti a sostenere un intervento senza cadere principalmente sull’auto celebrazione e sull’auto referenzialità invece di tenere in superficie il tema da discutere inserendo, nelle trame del discorso, azienda e medaglie.
Forse va anche ripensato il modo di coinvolgimento degli sponsor: se è vero che un’azienda, in un ambiente social on line, deve ripensare il modo di conversare con il pubblico perchè questo non deve avvenire, a maggior ragione, off line?

La quantità forse non è più una garanzia: una delle sensazioni che non mi abbandonano dopo la Social Media Week è che i giochi non sono assolutamente fatti ed il raggiungere grandi numeri è solo una vittoria parziale. Siamo nella preistoria delle relazioni espanse grazie alla rete: continuiamo a considerare vincenti coloro che fanno i grandi numeri ma il tema in gioco assume valore sulle specificità e sulle vicinanze.
La generalizzazione ora funziona perchè vive della novità ma credo che realtà mirate possano avere oggi molto spazio e proprio puntando su quest’ultimo inteso come luogo, come area oltre che su servizi specifici per determinate aggregazioni di interessi.

Parlare dell’aria ha senso? L’aria si respira ed eventualmente se ne parla se non è particolarmente salubre o se, al contrario, è leggera e pulita. Non pensiamo di respirarla.
Così sono le nostre relazioni, le viviamo in modo innato: tanto più gli strumenti on line di relazione saranno “white label”, tanto più entreranno a far parte della nostra quotidianità.

“Social networks will be like air” Charlene Li


Volevo farvi una domanda: ma non vi siete stancati/saturati/infastiditi dagli spot delle case automobilistiche che tentano di insegnarci a diventare ecologisti proponendo delle auto che inquinano, ma un po’ meno, e facendoci la paternale su come dovremmo comportarci per farci intendere che in fondo loro la pensano proprio in quel modo?

Guardo spot per lavoro e non certo in TV: quello della Volkswagen mi avevano sufficientemente irritato, l’ultimo della FIAT, così contenta di farmelo vedere in anteprima via Twitter, mi ha fatto “sbottare”.

Ma abbiamo davvero un aspetto così imbecille? Sembriamo davvero persone che non sanno perfettamente che se ancora non vediamo auto elettriche in giro per le città dipende solo dall’abile dosaggio degli affari tra le case automobilistiche, petrolieri, affaristi affini e politici compiacenti? Sembriamo davvero così ingenui da non aver capito che le varie normative Euro-qualcosa vengono fuori con rituale cadenza in modo da obbligarci prima o poi a cambiare l’auto, quando di certo sono tecnologie note a priori?

Se proprio volete farci un favore ecologico e sostenibile, care case automobilistiche, cominciate a collaborare con le amministrazioni per creare un sistema di mobilità virtuoso che elimini ad esempio dalle città auto non elettriche.
Saremmo tutti (o molti) ben felici, ad esempio, di avere la nostra auto elettrica per la mobilità locale e poter usufruire di servizi di car sharing piazzati ai caselli delle autostrade per viaggi di lungo chilometraggio.

Va bene, lo so benissimo che sembra quasi una battuta, quale casa automobilistica cambierebbe in modo così drastico il proprio modello di business innovando realmente, cambiando sulla vera base delle esigenze di sostenibilità e su una visione realmente in prospettiva piuttosto che sul costante restyling di un modello antiquato?

Perlomeno, care case automobilistiche, cercate di evitare di prenderci in giro e non veniteci a raccontare che siete interessate alla sostenibilità quando sfornate in continuazione prodotti inutili presentati come l’ennesima soluzione ai nostri problemi e a quelli del pianeta.
Purtroppo avete dalla vostra parte una buona dose di persone che si eccitano all’idea del restyling di un vecchio modello che diventa innovativo solo perchè possono personalizzarlo o perchè dall’alto di un cassone con quattro ruote riescono a sostenere la loro scarsa autostima (pagandole entrambe salate ovviamente…).


Il clamore su gli ambienti social sta contribuendo a creare un solido equivoco su ciò che è e dovrebbe essere una utilità per condividere e comunicare.

Le persone hanno acquisito un potenziale maggiore di interconnessione, siamo diventati co-autori, oltre che fruitori, di un bacino informativo sempre più ampio e variegato; ognuno di noi, in fondo, è una fonte di informazione.
Le aziende e le agenzie di pubblicità hanno cominciato a cercare di plasmare i nuovi ambienti per provare a recuperare gli spazi persi che nella realtà sono livelli di attenzione che si sono spostati.
Gli ambienti social hanno iniziato a crescere (diventando molto attraenti per gli investitori, abituati a ragionare sui numeri) ma quando poi è risultato evidente che i pesi in gioco erano qualitativi piuttosto che quantitativi (“mi interessa un’esperienza del marchio per capire se le sue peculiarità sono affini alla mia sfera personale oltre che alle mie necessità”), gli ambienti social hanno iniziato a costruire strumenti per ricreare, per quanto in modo adeguato, meccaniche simili ai concetti della pubblicità, al flusso tendenzialmente monodirezionale della comunicazione, in modo da poter accontentare le aziende impreparate ad un rapporto “uno a uno” con il proprio pubblico (accontentare le aziende = fare cassa = investitori contenti).
Tutto questo a discapito di una maggiore evoluzione e rafforzamento delle native caratteristiche social di questi ambienti.

Salvo rari esempi, ciò su cui le aziende e le agenzie si sono focalizzate sono stati, e sono,  gli escamotage ludici, la tecnologia del momento, la sorpresa, la novità: stupire per attrarre ossia la logica della pubblicità che però, anche se i nuovi ambienti permettono una maggiore latenza, dopo un certo tempo lasciano cadere le folgoranti idee nel più triste dimenticatoio.

In pratica non si crea la relazione, quella utile per una persona: nonostante ciò la maggioranza delle persone che segue un marchio via Twitter lo fa per conoscere novità sull’azienda stessa… e allora?

Rasentando la banalità, il problema sta nel fatto che un ambiente social non rende un’azienda compatibile ad esso.

Gli ambienti social non sono la soluzione ma solo una notevole possibilità legata a regole molto distanti dall’approccio guerrigliero del marketing.
Prima di arrivare a questi ambienti è necessario avere degli argomenti e avere la disponibilità e la capacità di condividerli.

Ma ancora a monte di ciò c’è un problema fondamentale, generato dal marketing stesso, che consiste nella voluta separazione, e nella distanza mantenuta, tra le aziende e il pubblico.
In realtà le aziende sono parte del tessuto sociale, le persone lavorano nelle aziende ma questa continuità scompare quando il prodotto arriva sul mercato: inizia il rito dell’adulazione, della creazione di un livello inesistente che dovrebbe elevare il prodotto e farlo scegliere per questo suo metamondo di valori costruiti ad hoc.

In pratica è come se due persone preaparassero insieme un dolce in cucina e poi, una volta sfornato, uno dei due impacchetasse il tutto e cercasse di convicere l’altro della bontà incensando la carta argentata e l’elaborazione del fiocco. Di certo per l’altra persona gli argomenti più validi saranno gli ingredienti scelti, come sono stati usati ed il fatto che ha partecipato alla preparazione.

Partendo dal livello più semplice, le aziende hanno molte possibilità nell’avvicinarsi al proprio pubblico iniziando a sposare delle cause a cui le persone possono essere sensibili; in un paese come l’Italia dove le attività culturali e sociali sono le prime a saltare quando mancano fondi le aziende potrebbero diventare il volano di iniziative utili e sentite senza però cadere nel vacuo della sponsorizzazione.
Se vogliono approcciare gli ambienti sociali in un modo sensato allora perchè non farlo creando un ambiente di condivisione per un progetto culturale o sociale in cui le persone possano contribuire con le proprie potenzialità?

Se il tema sarà affine alle attività dell’azienda i benefici saranno certamente maggiori ma anche in caso contrario sarà sempre un modo concreto per avvicinarsi al proprio pubblico e per allargarlo, dimostrando in modo concreto una reale capacità di relazione e di dialogo.

Un’azienda oggi dovrebbe cercare una agenzia che possa aiutarla a creargli un valore percebile dalle persone indipendentemente dalle parole ricercate con cura del profilo aziendale; un’agenzia dovrebbe essere in grado di costruire attorno all’azienda delle iniziative che le permettano di far arrivare una presenza positiva nella realtà quotidiana.

Penso che questo sia un po’ il futuro della comunicazione e che gli ambienti social siano solo dei validi strumenti per diffondere e condividere progetti che hanno le radici nella quotidianità.


Sono nato e ho vissuto per circa 30 anni ad Ancona.
Ancona è una luogo con cui è difficile rapportarsi: gli anconetani non hanno la passione per la propria città (ho scritto passione non campanilismo), le amministrazioni che si susseguono applicano ognuna il proprio cerotto, bei cerotti s’intende, ma la sensazione è che manchi la giusta attenzione ad una visione d’insieme. Manco da molto e torno saltuariamente, non conosco le meccaniche di certe scelte, mi baso su quello che vedo e che ascolto ogni volta che torno: è un impatto con una città che non ti parla, una bella signora adorna di importanti accessori su un abito liso e macchiato in più punti.

Poi arriva l’estate e succede qualcosa.
Sarà il legame con il mare (la Riviera del Conero è un luogo di una bellezza disarmante), sarà l’odore più insistente della salsedine ed i colori più accesi ma noti meno le parti consumate dell’abito, compresi i panorami sconcertanti dal frequentatissimo parco, nato su drammi geologici ed edilizi, da cui si ammira l’improbabile assetto urbanistico ed architettonico della città.
Iniziano le manifestazioni culturali del periodo e apre la stagione estiva della Mole Vanvitelliana, una struttura pentagonale bellissima e ben restaurata che ospita un cartellone piuttosto ricco.

Di anno in anno le proposte si sono fatte sempre più autorevoli e diversificate dando spazio anche ad opere che quasi ci si stupisce di vedere ad Ancona.

Fino al 5 settembre, presso Porta Pia, l’antico ingresso alla città di fine ‘700, è possibile immergersi in “Rovina” una istallazione di Ericailcane.
L’opera assimila gli spazi interni della Porta e li trasforma in una narrazione tridimensionale che scorre durante la salita delle rampe di scale, tra le stanze abbandonate, attraverso il bestiario di Ericailcane.
L’effetto è straniante e quando è al suo apice, quando si inizia a scendere le scale dall’altro lato della Porta, ecco che il racconto si srotola di nuovo ma ora attraverso le parole scritte sulle pareti. Ora le precedenti sensazioni personali si incanalano nella storia che forse è una metafora facile ma si sposa perfettamente anche con la struttura stessa: pulito restauro all’esterno, abbandono e vuoto all’interno.

C’è forse un messaggio alla città, un invito a ripensare agli spazi, ai progetti, al fare partendo dalle connessioni più strette che pre esistono con il luogo e con le persone: pensare tenendo come obiettivo il coinvolgimento delle persone e non al loro ruolo di spettatori.

L’istallazione rientra nella rassegna Popup! – Arte contemporanea nello spazio urbano ed è organizzata da Manifestazioni Artistiche Contemporanee; se trovate, all’ingresso, la stessa ragazza loquace che ho incontrato io, difficilmente ve ne andrete senza la tessera di questi ultimi 🙂


Credo che i barcamp, dalle nostre parti, siano la cartina tornasole di come noi italiani, nel bene e nel male, riusciamo sempre ad avere una nostra modalità generalmente poco razionale. Da un lato viviamo la realtà di un paese che si lascia schiaffeggiare ogni giorno da presunti amministratori (il colore è indifferente), dall’altra andiamo come un treno sul binario delle nostre passioni e costruiamo situazioni di eccellenza anche se spesso invisibili ai più e distanti dai fatturati che fanno notizia.

Il weekend scorso è andato in scena il Fashion Camp dove sono andato a presentare il progetto webelieveinstyle con Stefano Guerrini.
La moda, nonostante sia presente in forze negli ambienti social, non aveva ancora avuto in Italia un incontro del genere.

Il fatto secondo me è molto importante perchè ufficializza ciò che la rete ha sdoganato già da qualche anno: la moda e lo stile non sono argomento ad appannaggio dei grandi marchi; le vere novità si respirano tra le maglie della rete dove molti con esperienza, passione, professionalità, si sono ritagliati degli spazi di autorevolezza degni di attenzione.

Nella mia modesta cultura nel settore mi viene naturale un paragone con gli anni ottanta quando l’interesse per la moda era altissimo e ciò favoriva anche l’esistenza di micro realtà che riuscivano ad avere un’evidenza e conseguentemente la possibilità di produrre anche piccole collezioni (leggi “vivere con la moda”). Poi le cose sono cambiate, il livello di attenzione si è abbassato, non si è costruita sufficiente sostanza da creare un ambito di valore per designer e non per stilisti, le grandi marche, con le loro possibilità, hanno fagocitato tutto e hanno preso le redini riducendo la gran parte degli appassionati a “vittime”.

Poi però è arrivata la rete in modi sempre più facili da usare e qui la teoria della coda lunga è calzante.
Si sono riaperti spazi di visibilità e si è riaperto un mondo di creatività da dove i grandi marchi si sono ritrovati costretti ad attingere. La moda e lo stile sono tornati ad essere esperienza personale, vissuti come percorso di ricerca e di unicità.
La rete ha ovviamente aperto gli spazi a tutti gli attori di questo mondo creando un ambiente parallelo di strumenti altamente accessibili e quindi generando un potenziale di crescita nuovo per chi ha idee concrete.

Il Fashion Camp è stato lo specchio di questa situazione: gran fermento di idee, di progetti, di soluzioni, da quelle in fase di decollo a quelle già rodate e funzionanti.
Ovviamente, e direi anche grazie al tipo di argomento, si è respirato anche un certo livello di improvvisazione (quello che ha fatto parecchi danni negli anni ’80) legato all’idea che abbigliarsi estrosi sia indice di creatività e alla ricerca dei fatidici 15 minuti di notorietà, ma questo fa parte del gioco.

In conclusione Fashion Camp (come è giusto che sia un barcamp) è stata una fantastica occasione per relazionarsi con figure degne di attenzione indipendentemente da spillette e mitiche t-shirt: tenete sott’occhio (e non solo per l’argomento ma soprattutto per il modo con cui è affrontato): Marco Santaniello, Filippo Biraghi, Blomming.

Una nota a margine utile a tutti (anche a noi di webelieveinstyle ovviamente): il fatto di occuparsi di moda e di non essere mai stati ad un camp non è una buona giustificazione per “tritare” la  platea con presentazioni noiosissime, chilometriche e, in certi casi, “commoventi”.
Oggi è fondamentale sapersi proporre, la rete non ci permette di nasconderci dietro un marchio, siamo persone e parliamo con delle persone.
Mi permetto due consigli: leggetevi il libro di Tommaso Sorchiotti e Luigi Centenaro e ascoltate l’affilato Luca Sartoni 🙂 su come si realizza un ignite (se riuscite a presentare il progetto in 5 minuti, una eventuale vostra presentazione più lunga potrà essere solo un piacevole approfondimento).


Ovviamente non c’è la pretesa di definire quali possono essere gli unici o i principali strumenti utili per vivere la rete da un punto di vista professionale (e non solo)  ma, entrando in contatto con le aziende, appare evidente la loro necessità di un’informazione chiara ed esaustiva per comprendere le potenzialità, soprattutto quando non si parla di introdurre un nuovo strumento bensì di espandere quello che è l’ambito e l’ambiente aziendale.
Nel kit credo sia utile aggiungere il nuovo libro di Luca ContiComunicare con Twitter“.
A differenza degli altri due consigliati, questo è forse quello più specifico e, forse più degli altri, manualistico, ma l’oggetto del libro, volendo utilizzare una frase di Derrick de Kerckhove al recente Meet the Media Guru, rappresenta “un momento di grande maturazione della rete”.
Twitter è forse ciò che oggi riflette in modo più diretto e lineare il concetto di rete sociale e la sua comprensione ed il suo utilizzo agevola un corretto uso professionale dell’internet delle persone (e di chi altro?).

La caratteristica principale del libro è quella di essere strutturato in modo da non temere troppo di invecchiare nonostante le inevitabili future evoluzioni di Twitter. L’immersione in questo ambiente di comunicazione e di ascolto è graduale ma completa; molti scopriranno caratteristiche o usi di cui non erano a conoscenza o non avevano immaginato anche usandolo da tempo (io sono nella lista 🙂 ).
La spiegazione puntuale è immediata delle funzionalità è affiancata da una corposa sezione dedicata agli utilizzi più comuni e a quelli più innovativi ed originali, con interessanti punti di vista di chi lo adopera quotidianamente nella propria attività lavorativa.

Se avete sempre guardato con sguardo torvo quella finestra in cui inserire al massimo 140 caratteri, posta sotto ad una domanda che avete sempre giudicato un po’ banale, vi consiglio l’acquisto: vi avvicinerete a cos’è realmente la rete e a cosa soprattutto diventerà; un punto di vista allargato per approcciare, oltre le scorciatoie, la parte abitata della rete.



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