Nonostante tutto

17Feb11

Ulimamente fatico a scrivere.

Chi segue sa che leggerà solo le sensazioni e gli stimoli del momento, nessuna pianificazione editoriale, solo ciò che mi arriva forte e che decido di condividere.

Ultimamente guida una rabbia sottile, qualcosa che non riesce ad incanalarsi. E non che manchino gli argomenti, anzi…
C’è un mondo, che a volte mi sembra parallelo, che corre all’impazzata per la gioia e il piacere di farlo, che affonda le mani e la testa in ciò che sta cambiando completamente i nostri modi e le nostre abitudini.
Quel nuovo di cui non ci accorgiamo più perchè ci siamo assuefatti al concetto di novità e non riusciamo a respirare il profumo di ciò che è innovazione.

E invece quello che senti maggiormente attorno è la strenua difesa di un colore, di una etichetta, di una “marca”.
“Gli innovatori non sono interessati al colore del gatto, ma al fatto che prenda i topi. (Se non li prende, poi, cercheranno un altro gatto che li prenda).” Lo ha scritto Luca De Biase parlando della proposta dell’Agenda Digitale ma io metterei una I maiuscola a quegli Innovatori e renderei la frase Legge senza se e senza ma.

Si tengono sul podio dei vecchi ricchi e viziati solo per il terrore di perdere dei priviliegi raccontando di ridicole e surreali difese di libertà, si aggrappano a qualsiasi scusa e a qualsiasi bandiera pur di tornare in prima fila senza accorgersi di quanto siano poco credibili. Quanto dobbiamo ancora lavorare per pagare cifre insulse a questa sfacciataggine e a questa ipocrisia?

Poi capita di ascoltare personaggi che ti portano a pensare sul dopodomani della cultura e su come immaginare la sua fruizione, ti ritrovi a lavorare con persone che ritengono fondamentale la qualità del rapporto interpersonale, e da li costruiscono un progetto, e allora decidi che non può essere una strada troppo sbagliata.

Troppi segnali di un nuovo “rinascimento” continuamente schiaffeggiato da un unto “medioevo” e forse è solo una questione di tempo, quello di cui abbiamo perso il valore ed il peso e che non considera troppo la nostra presenza, quanto l’essenza che possiamo lasciare.

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