Le vibrazioni tra le pieghe del quotidiano

15Dic10

Viviamo un paradosso in cui da un lato c’è un livello culturale e, diciamo, morale sempre più livellato e verso il basso, dall’altro lato invece assistiamo ad una evoluzione tecnologica che ci avvicina ad oggetti sempre più funzionali e sofisticati che aprono possibilità e risultati fino a poco tempo fa relegati a fortunati possessori di ampi budget o alla sfera professionale.

Se a questo associamo la lenta, e opportunatamente osteggiata, diffusione della banda larga viene da pensare che probabilmente sarà proprio la tecnologia ad aiutarci a recuperare quei valori (lo spettro è ampio e la lista lunga) che si sono sfilacciati e sono stati trasfigurati da politiche e mentalità che una volta trovavamo in quella funesta cinematografia che prospettava futuri bui.

L’accesso ma anche la possibilità di produrre e diffondere l’informazione, il contatto sempre più semplificato con idee e visioni tra le più diversificate, l’accessibilità a strumenti di espressione sempre più immediati, non solo ci riportano ad una identità connotata e ad una personalità sociale ma ci riconfigurano anche una responsabilità rispetto a chi e a cosa ci circonda.

Non tutti diventeranno giornalisti o artisti ma la semplicità con cui certe azioni possono essere realizzate, amplificano la sensibilità.

La cosa che mi è piaciuta dei lavori di Rita Meneghin (che è anche un’amica e aggiungere il cognome mi ha fatto anche un po’ sorridere) è questo percorso espressivo che sfrutta i limiti di una semplice digitale per produrre immagini che vibrano per le loro “imperfezioni”.

Le immagini raccontano di una quotidianità che è ordinaria anche quando il luogo è esotico e lontano, ma di questa usualità rimane solo il condensato di emozioni, quasi come se l’obiettivo della digitale, impossibilitato a riportare un alto livello di fedeltà del dettaglio, si sia preoccupato di farci arrivare gli odori, le temperature e gli stati d’animo.

La prima mostra di Rita Meneghin si è chiusa la settimana scorsa, in una galleria con orari per pochi intimi (perchè impossibili 🙂 ), in una semi periferia bolognese: un test per un’artista che lavora con le emozioni anche con la tridimensinalità delle sue sculture, per ora ad appannaggio dei pochi frequentatori degli accoglienti aperitivi/cene/feste nella sua mansarda tra i tetti del centro di Bologna.

I punti di contatto tra le immagini e le forme intime delle sculture è tale che forse verrebbe da pensare all’unione dei due percorsi proprio per respirare maggiormente gli spazi emozionali che Rita riesce a trasmettere.

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