Oltre i recinti dei social giardini

22Nov10

Un amico/lettore criticava lo spazio temporale tra un post e l’altro in questo blog, cosa di cui non sento il problema ma che stavolta si è decisamente accentuato. Probabilmente cambierà qualcosa in questo blog e molto probabilmente tornerà ai suoi presupposti iniziali sintetizzati nella frase di presentazione.

Avevo preso una deriva “social”: è un tema che mi appassiona molto e l’ho affrontato partendo proprio dagli ambiti strettamente legati a ciò che questa evoluzione porta alle persone.

Ma la sensazione è che in questa direzione l’argomento può solo portare ad un loop in quanto tutto non può che essere riferito alle modalità dei comportamenti umani che esistono da decisamente prima dell’avvento della rete e dei suoi progressi.

Stiamo avanzando verso una nuova direzione, in una terra nuova (la vita “aumentata”); possiamo usare strumenti ogni giorno più innovativi (nuove piattaforme, nuovi ambienti social, nuove tecnologie, nuovi device e ci sono tante figure competenti in Italia e all’estero che ne parlano quotidianamente); gli scopi, gli intenti sono innati in noi: comunicare, condividere, collaborare.

La distorsione attuale è che tutto questo viene convogliato in strategie principalmente legate al business anche quando i temi sembrano affrontati nei modi più alti (ma c’è sempre dietro lo sponsor bisognoso di una nuova “facciata”).

Quanti siamo su un social network, quanto parliamo di un marchio, quanto siamo raggiungibili.

In realtà la materia appartiene ad un contesto molto più ampio e complesso che l’euforia del nuovo e la frequente mancanza di visione hanno recintato in uno spazio apparentemente gestibile.

L’euforia del nuovo è evidente nella marea di media sociali che nascono continuamente; sempre più raffinati e per fortuna sempre più “naturali” ossia sempre più legati ai reali comportamenti delle persone.
Credo che sia chiaro che, a parte chi ci lavora e la nicchia degli appassionati, nessuno sia intenzionato a dover passare il tempo a gestire le proprie relazioni piuttosto che a viverle; non abbiamo bisogno di una serie di piattaforme dove comunicare, condividere, collaborare ma una serie di strumenti aperti che ci permettano di farlo al di fuori dei singoli social “recinti”, una nuvola di possibilità che ci segue e non viceversa.

Penso sia normale che Facebook abbia, e continuerà ad avere, la diffusione ed il successo che sta ottenendo ma credo che sia anche il nostro personale “The Truman Show” e durerà fino a che non ci stancheremo del cielo finto
Facebook è anni luce dal nostro modo naturale di relazionarci e la prova più tangibile sono i fallimenti (a parte l’eco mediatica di giornali e TV) di tutte le azioni con impronta sociale (i gruppi, le iniziative), in modo specifico per come poi questi strumenti vengono vissuti anche quando gli obiettivi sarebbero di tutto rispetto: la percezione della loro inefficacia è a volte disarmante.

Il mondo del business è entrato a piedi pari in questa evoluzione vedendola come la svolta dalla stagnante comunicazione monodirezionale. Impresa difficilissima per chi è abituato a parlare, ed eventualmente a usare un informazione di ritorno, ma sicuramente un passo avanti in una direzione che è comunque l’unica.
Poi tra il dire e il fare si sa come va a finire e, passata la prima ondata di curiosità, ci si stancherà ben presto delle iniziative cool di un’azienda che però contemporanemente fa saltare posti di lavoro  o dell’altra che sbandiera conversazioni sull’innovazione mentre frena l’evoluzione tecnologica di un intera nazione (la casistica è ricca di esempi).

Difficilmente un’azienda diventerà social se il suo prodotto e il suo DNA non lo è… e più passa il tempo, più le persone saranno consapevoli della loro vita “aumentata”, più questo diventerà evidente e non basteranno più le abili azioni evolute di pubbliche relazioni.

Ho costantemente in testa l’idea di vivere la preistoria di quella che sarà la vita “aumentata”; il momento è entusiasmante ma allo stesso tempo bisognoso di uno scatto in avanti e non credo dipenda principalmente da un fattore tecnologico che rimane comunque abilitante.
La sensazione è che si stia girando attorno ad un tema basilare e si costruiscano una serie di nuovi accessori che non arrivano mai a vedere l’insieme di un cambiamento.

Un cambiamento che si basa principalmente sulle nostre attitudini sposate ad uno strato tecnologico che deve assomigliare a noi e non il contrario.

“Tra 50 anni qualcuno potrà dirsi esperto dei social media” Gianluca Diegoli BTO2010

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