La comunicazione aumentata

01Set10

Il clamore su gli ambienti social sta contribuendo a creare un solido equivoco su ciò che è e dovrebbe essere una utilità per condividere e comunicare.

Le persone hanno acquisito un potenziale maggiore di interconnessione, siamo diventati co-autori, oltre che fruitori, di un bacino informativo sempre più ampio e variegato; ognuno di noi, in fondo, è una fonte di informazione.
Le aziende e le agenzie di pubblicità hanno cominciato a cercare di plasmare i nuovi ambienti per provare a recuperare gli spazi persi che nella realtà sono livelli di attenzione che si sono spostati.
Gli ambienti social hanno iniziato a crescere (diventando molto attraenti per gli investitori, abituati a ragionare sui numeri) ma quando poi è risultato evidente che i pesi in gioco erano qualitativi piuttosto che quantitativi (“mi interessa un’esperienza del marchio per capire se le sue peculiarità sono affini alla mia sfera personale oltre che alle mie necessità”), gli ambienti social hanno iniziato a costruire strumenti per ricreare, per quanto in modo adeguato, meccaniche simili ai concetti della pubblicità, al flusso tendenzialmente monodirezionale della comunicazione, in modo da poter accontentare le aziende impreparate ad un rapporto “uno a uno” con il proprio pubblico (accontentare le aziende = fare cassa = investitori contenti).
Tutto questo a discapito di una maggiore evoluzione e rafforzamento delle native caratteristiche social di questi ambienti.

Salvo rari esempi, ciò su cui le aziende e le agenzie si sono focalizzate sono stati, e sono,  gli escamotage ludici, la tecnologia del momento, la sorpresa, la novità: stupire per attrarre ossia la logica della pubblicità che però, anche se i nuovi ambienti permettono una maggiore latenza, dopo un certo tempo lasciano cadere le folgoranti idee nel più triste dimenticatoio.

In pratica non si crea la relazione, quella utile per una persona: nonostante ciò la maggioranza delle persone che segue un marchio via Twitter lo fa per conoscere novità sull’azienda stessa… e allora?

Rasentando la banalità, il problema sta nel fatto che un ambiente social non rende un’azienda compatibile ad esso.

Gli ambienti social non sono la soluzione ma solo una notevole possibilità legata a regole molto distanti dall’approccio guerrigliero del marketing.
Prima di arrivare a questi ambienti è necessario avere degli argomenti e avere la disponibilità e la capacità di condividerli.

Ma ancora a monte di ciò c’è un problema fondamentale, generato dal marketing stesso, che consiste nella voluta separazione, e nella distanza mantenuta, tra le aziende e il pubblico.
In realtà le aziende sono parte del tessuto sociale, le persone lavorano nelle aziende ma questa continuità scompare quando il prodotto arriva sul mercato: inizia il rito dell’adulazione, della creazione di un livello inesistente che dovrebbe elevare il prodotto e farlo scegliere per questo suo metamondo di valori costruiti ad hoc.

In pratica è come se due persone preaparassero insieme un dolce in cucina e poi, una volta sfornato, uno dei due impacchetasse il tutto e cercasse di convicere l’altro della bontà incensando la carta argentata e l’elaborazione del fiocco. Di certo per l’altra persona gli argomenti più validi saranno gli ingredienti scelti, come sono stati usati ed il fatto che ha partecipato alla preparazione.

Partendo dal livello più semplice, le aziende hanno molte possibilità nell’avvicinarsi al proprio pubblico iniziando a sposare delle cause a cui le persone possono essere sensibili; in un paese come l’Italia dove le attività culturali e sociali sono le prime a saltare quando mancano fondi le aziende potrebbero diventare il volano di iniziative utili e sentite senza però cadere nel vacuo della sponsorizzazione.
Se vogliono approcciare gli ambienti sociali in un modo sensato allora perchè non farlo creando un ambiente di condivisione per un progetto culturale o sociale in cui le persone possano contribuire con le proprie potenzialità?

Se il tema sarà affine alle attività dell’azienda i benefici saranno certamente maggiori ma anche in caso contrario sarà sempre un modo concreto per avvicinarsi al proprio pubblico e per allargarlo, dimostrando in modo concreto una reale capacità di relazione e di dialogo.

Un’azienda oggi dovrebbe cercare una agenzia che possa aiutarla a creargli un valore percebile dalle persone indipendentemente dalle parole ricercate con cura del profilo aziendale; un’agenzia dovrebbe essere in grado di costruire attorno all’azienda delle iniziative che le permettano di far arrivare una presenza positiva nella realtà quotidiana.

Penso che questo sia un po’ il futuro della comunicazione e che gli ambienti social siano solo dei validi strumenti per diffondere e condividere progetti che hanno le radici nella quotidianità.

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One Response to “La comunicazione aumentata”

  1. 1 Mirco

    Lo strappo tra società nel suo complesso ed imprenditoria è antico e dannoso per entrambi.


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