La moda cambia stile

14Giu10

Credo che i barcamp, dalle nostre parti, siano la cartina tornasole di come noi italiani, nel bene e nel male, riusciamo sempre ad avere una nostra modalità generalmente poco razionale. Da un lato viviamo la realtà di un paese che si lascia schiaffeggiare ogni giorno da presunti amministratori (il colore è indifferente), dall’altra andiamo come un treno sul binario delle nostre passioni e costruiamo situazioni di eccellenza anche se spesso invisibili ai più e distanti dai fatturati che fanno notizia.

Il weekend scorso è andato in scena il Fashion Camp dove sono andato a presentare il progetto webelieveinstyle con Stefano Guerrini.
La moda, nonostante sia presente in forze negli ambienti social, non aveva ancora avuto in Italia un incontro del genere.

Il fatto secondo me è molto importante perchè ufficializza ciò che la rete ha sdoganato già da qualche anno: la moda e lo stile non sono argomento ad appannaggio dei grandi marchi; le vere novità si respirano tra le maglie della rete dove molti con esperienza, passione, professionalità, si sono ritagliati degli spazi di autorevolezza degni di attenzione.

Nella mia modesta cultura nel settore mi viene naturale un paragone con gli anni ottanta quando l’interesse per la moda era altissimo e ciò favoriva anche l’esistenza di micro realtà che riuscivano ad avere un’evidenza e conseguentemente la possibilità di produrre anche piccole collezioni (leggi “vivere con la moda”). Poi le cose sono cambiate, il livello di attenzione si è abbassato, non si è costruita sufficiente sostanza da creare un ambito di valore per designer e non per stilisti, le grandi marche, con le loro possibilità, hanno fagocitato tutto e hanno preso le redini riducendo la gran parte degli appassionati a “vittime”.

Poi però è arrivata la rete in modi sempre più facili da usare e qui la teoria della coda lunga è calzante.
Si sono riaperti spazi di visibilità e si è riaperto un mondo di creatività da dove i grandi marchi si sono ritrovati costretti ad attingere. La moda e lo stile sono tornati ad essere esperienza personale, vissuti come percorso di ricerca e di unicità.
La rete ha ovviamente aperto gli spazi a tutti gli attori di questo mondo creando un ambiente parallelo di strumenti altamente accessibili e quindi generando un potenziale di crescita nuovo per chi ha idee concrete.

Il Fashion Camp è stato lo specchio di questa situazione: gran fermento di idee, di progetti, di soluzioni, da quelle in fase di decollo a quelle già rodate e funzionanti.
Ovviamente, e direi anche grazie al tipo di argomento, si è respirato anche un certo livello di improvvisazione (quello che ha fatto parecchi danni negli anni ’80) legato all’idea che abbigliarsi estrosi sia indice di creatività e alla ricerca dei fatidici 15 minuti di notorietà, ma questo fa parte del gioco.

In conclusione Fashion Camp (come è giusto che sia un barcamp) è stata una fantastica occasione per relazionarsi con figure degne di attenzione indipendentemente da spillette e mitiche t-shirt: tenete sott’occhio (e non solo per l’argomento ma soprattutto per il modo con cui è affrontato): Marco Santaniello, Filippo Biraghi, Blomming.

Una nota a margine utile a tutti (anche a noi di webelieveinstyle ovviamente): il fatto di occuparsi di moda e di non essere mai stati ad un camp non è una buona giustificazione per “tritare” la  platea con presentazioni noiosissime, chilometriche e, in certi casi, “commoventi”.
Oggi è fondamentale sapersi proporre, la rete non ci permette di nasconderci dietro un marchio, siamo persone e parliamo con delle persone.
Mi permetto due consigli: leggetevi il libro di Tommaso Sorchiotti e Luigi Centenaro e ascoltate l’affilato Luca Sartoni 🙂 su come si realizza un ignite (se riuscite a presentare il progetto in 5 minuti, una eventuale vostra presentazione più lunga potrà essere solo un piacevole approfondimento).

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